Un viaggio dentro l’identità del Lazio
Ci sono territori che si raccontano attraverso i loro monumenti, altri attraverso il paesaggio. Il Lazio custodisce una parte importante della propria identità in qualcosa di ancora più profondo: i gesti quotidiani delle persone che continuano a lavorare la terra, allevare, coltivare, impastare, conservare e tramandare un patrimonio costruito nel corso dei secoli. Dietro ogni prodotto tipico esiste una storia fatta di famiglie, di stagioni, di mani che si sporcano di farina, di raccolti, di tavole apparecchiate e di ricette che non sono mai state scritte perché sono sempre state tramandate guardando, ascoltando e facendo. È proprio da questa consapevolezza che nasce la quarta edizione di Le Radici del Gusto, progetto ideato e curato da Claudio Miani, realizzato dall’Associazione Officina d’Arte OutOut con il contributo di ARSIAL – Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio.
Negli anni il progetto è cresciuto fino a diventare un vero archivio della memoria gastronomica regionale. Non un semplice contenitore di ricette, ma una narrazione corale capace di mettere insieme cultura, antropologia, agricoltura, paesaggio e innovazione. L’obiettivo non è mai stato quello di raccontare il cibo in quanto tale, ma ciò che il cibo rappresenta: una forma di identità collettiva, un linguaggio universale attraverso il quale una comunità racconta sé stessa.

Cinque territori, cinque modi di raccontare il Lazio
La quarta edizione attraversa cinque Comuni della Regione Lazio – Latera, Castelnuovo di Porto, Morolo, Gradoli e Grotte di Castro – costruendo un itinerario che collega aree geografiche molto diverse tra loro ma unite dalla stessa ricchezza culturale.
Ogni territorio viene osservato da vicino, senza la fretta del turismo mordi e fuggi. Le telecamere entrano nelle case, percorrono le campagne, seguono il lavoro quotidiano delle comunità locali e restituiscono un racconto che parte dai luoghi ma arriva inevitabilmente alle persone.
Latera, con i suoi castagneti e la Tuscia; Castelnuovo di Porto, alle porte della Capitale, dove le antiche produzioni cerealicole dialogano ancora con la campagna romana; Morolo, nel cuore della Ciociaria; Gradoli, affacciata sul lago di Bolsena e profondamente legata alla tradizione vitivinicola; Grotte di Castro, dove il paesaggio rurale conserva ancora oggi il ritmo delle stagioni. Cinque realtà differenti che, insieme, restituiscono un’immagine autentica della straordinaria biodiversità agricola e culturale del Lazio.

Le famiglie come custodi della memoria
Il cuore del progetto continua ad essere rappresentato dalle persone.
In ogni Comune vengono individuate, grazie alla collaborazione delle amministrazioni locali, famiglie che ancora oggi custodiscono il sapere gastronomico della propria comunità. Sono soprattutto le nonne a guidare questo racconto. Davanti alla telecamera preparano ricette che appartengono alla memoria collettiva, impastano senza bilance, misurano gli ingredienti con l’esperienza, ricordano quando quei piatti venivano preparati per le feste, per il raccolto o semplicemente perché quello offriva la stagione.
Accanto a loro siedono i nipoti.
È un’immagine semplice, quasi quotidiana, eppure racchiude il significato più profondo dell’intero progetto. Da una parte chi ha ricevuto un sapere e lo ha custodito per una vita; dall’altra chi quel sapere lo eredita e lo porta nel futuro. Le Radici del Gusto nasce proprio in questo spazio invisibile dove la memoria diventa trasmissione e la tradizione continua a vivere perché qualcuno sceglie ancora di raccontarla.
Ogni video-ricetta diventa così un piccolo documentario familiare, nel quale il piatto rappresenta soltanto il punto di partenza per parlare di persone, relazioni e identità.

Il racconto dei sapori
Le preparazioni realizzate durante questa quarta edizione sono costruite utilizzando alcune delle più importanti eccellenze agroalimentari del Lazio, dando vita ad un viaggio gastronomico che attraversa l’intera regione.
A Latera le ricette prendono forma grazie al Guanciale di Maiale Nero, alla Salsiccia di Bufala, al Caciofiore, al Marrone di Latera, allo Zafferano della Tuscia, al Procanico di Latera, all’olio monovarietale di Itrana e ai tradizionali Tozzetti alle Castagne.
A Castelnuovo di Porto protagonisti sono la Cicerchia di Campodimele, il Farro dei Monti Lucretili, la Farina di Marroni, il Bianco Capena, l’olio monovarietale di Salviana e il Pan di Via.
Nel territorio di Morolo il racconto incontra il Gran Cacio di Morolo, il Pecorino ai Bronzi, le Braciole di Maiale, il Peperone alla Vinaccia, i Frascategli Ciociari, la Ciambella di Morolo e la Rattafia Ciociara.
A Gradoli vengono valorizzati il celebre Fagiolo del Purgatorio, il Salame Cotto, il Finocchio della Maremma, la Cipolla Prossedana, l’Aleatico di Gradoli e i tradizionali Tozzetti Viterbesi.
Infine Grotte di Castro racconta la propria identità attraverso l’Acquacotta del Viterbese, il Pomodoretto Appeso, la Carne di Bovino Maremmano, il vino Colle Picchioni DOC, l’olio monovarietale di Sirole e il Dolce con Patata dell’Alto Viterbese.
Ogni ingrediente diventa un tassello di un racconto molto più grande, nel quale il prodotto non è mai separato dal territorio che lo ha generato.

La memoria delle immagini
Esiste una memoria che passa attraverso le parole e un’altra che vive nelle immagini.
Per questo motivo il progetto affianca alle riprese un importante lavoro di ricerca negli archivi comunali e nelle raccolte private delle famiglie, recuperando fotografie che raccontano il lavoro nei campi, le vendemmie, le feste popolari, i mercati, le cucine domestiche e la vita quotidiana delle comunità.
Il dialogo tra queste immagini storiche e le riprese contemporanee costruisce un ponte tra passato e presente. Il bianco e nero delle fotografie incontra i colori delle campagne di oggi, mostrando come molte tradizioni abbiano attraversato il tempo senza perdere la propria autenticità.
Non è nostalgia. È la dimostrazione che la memoria continua a vivere quando qualcuno sceglie di custodirla.

Raccontare il futuro partendo dalle radici
Viviamo in una società nella quale tutto corre velocemente. Le immagini scorrono senza lasciare traccia, i contenuti si consumano in pochi secondi e il rischio è quello di perdere il valore della memoria. Le Radici del Gusto sceglie una strada diversa. Sceglie il tempo dell’ascolto, della narrazione lenta, dell’incontro con le persone.

Le immagini diventano strumenti di conoscenza, i video si trasformano in documenti della memoria collettiva e le ricette raccontano molto più di un piatto: raccontano il lavoro, la famiglia, il paesaggio, le stagioni e la capacità di una comunità di riconoscersi nella propria storia.
La cultura gastronomica diventa così un linguaggio capace di mettere in relazione agricoltura, turismo, paesaggio, tradizioni e innovazione, contribuendo a costruire un nuovo modello di promozione territoriale nel quale il patrimonio agroalimentare non è soltanto una risorsa economica, ma un bene culturale da custodire e trasmettere.
Perché, in fondo, le radici del gusto coincidono con le radici di una comunità. Raccontarle significa dare voce ai territori, conservare la memoria delle persone che li abitano e continuare a costruire il futuro senza dimenticare da dove siamo partiti.

